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Un terribile deja vu
Negli inediti di Bauer una denuncia che fa riflettere


In occasione del trentesimo anniversario della scomparsa (il 15 ottobre 1982),
ricordiamo Riccardo Bauer con un'antologia di scritti inediti (1951-58).
Fin dal titolo, Pesci in faccia. Verità che scottano,
ci si trova di fronte al desolante panorama di un Paese in balia di tante, troppe, contraddizioni: dall'affarismo ai mali della burocrazia,
alle infinite "parrocchie" di cui l'Italia è costellata.

Una iniziativa della Società Umanitaria




la puntata di "Un libro tira l'altro", Salvatore Carrubba su Radio24



(...) la passione civile di Bauer e la sua dirittura morale mal si conciliavano conl'attività politica diretta in un'Italia «normalizzata», l'Italia del dopoguerra appunto, quando gli slanci della guerra alla dittatura si erano spenti in una più prosaica quotidianità. (...) Sono pagine graffianti in cui si rispecchia l'indignazione morale del loro autore, "impolitico" nel senso nobile del termine. Non a caso Romano parla della delusione patita da Bauer nell'Italia repubblicana. «Aveva sperato che il crollo del regime avrebbe reso possibile la nascita di un'Italia democratica, laica, civicamente virtuosa e libera da qualsiasi risentimento nazionalista. Quello che vedeva intorno a sé era invece un Paese sempre meno laico e presidiato da due partiti che non avevano, per ragioni diverse, il suo concetto di democrazia. Era indignato dalle campagne elettorali inutilmente dispendiose [...] e soprattutto da una lunga serie di scandali in cui la classe politica era direttamente coinvolta». Poco importa se sul piano storico hanno avuto ragione i realisti e i pragmatici che Bauer aborriva. Il riscatto morale a cui l'ex azionista chiamava gli italiani è una lezione anche per il nostro triste oggi.
Stefano Folli (Roma, 18 giugno 1949) è un giornalista italiano.
Già direttore del Corriere della Sera. Oggi è editorialista al Sole 24 Ore.
Stralci dall'articolo di Stefano Folli nella rubrica "L'Officina" su
del
Sole24Ore del 30 settembre 2012

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(...) Dopo l'avvento del regime aveva organizzato la fuga di Filippo Turati in Francia, fondato con Rosselli il movimento Giustizia e Libertà e impiegato una buona parte degli anni seguenti passando da un carcere all'altro, da un confino all'altro(...)
I motivi della scelta sono in una raccolta di scritti inediti pubblicati presso le edizioni Raccolto per iniziativa di un comitato scientifico di cui fanno parte Piero Amos Nannini, Arturo Colombo, Morris L. Ghezzi, Daniele Vola. S'intitola Pesci in faccia perché questa è la frase con cui Bauer definiva lo stile del polemista a cui non piace tirare di scherma con i fioretti che hanno un bottone di cuoio sulla punta. (...)
Suggerisco, in particolare, la lettura di una nota dedicata alla discussione della Camera e del Senato su una legge che si proponeva di rendere incompatibile la funzione dei legislatori con quella di «amministratori di enti sottoposti al controllo dello Stato o riceventi dallo Stato finanziamenti e contributi». Molti parlamentari obiettavano che una tale legge avrebbe gettato sul Parlamento un'ombra di dubbio, lo avrebbe umiliato e screditato. Il problema affrontato dalla legge era di costume morale: meglio quindi lasciare la questione alla sensibilità morale dei singoli parlamentari. Riccardo Bauer commentò: «Chi così argomenta però non si piglia la briga di misurare il grado della sensibilità morale dei nostri parlamentari, di vedere sino a che punto quell'invocato costume sia effettivo». La nota porta la data del 28 gennaio 1953, quasi sessant'anni. Vi sono state da allora alcune leggi sull'incompatibilità, ma l'Italia è ancora il Paese in cui l'avvocato parlamentare può continuare a fare l'avvocato, magari del presidente del Consiglio. Bauer redivivo non avrebbe da aggiungere nulla alle sue parole di allora.

Sergio Romano. Storico.
Nato a Vicenza, già Segretario Generale del Presidente della Repubblica Saragat.
Dal 1968 al 1977 è ambasciatore a Parigi e, dopo essere stato direttore generale delle relazioni culturali e ambasciatore alla NATO, conclude la sua carriera diplomatica a Mosca.
Ha insegnato all'Università in California, a Harvard, a Pavia, a Sassari e alla Bocconi di Milano.

Stralci dall'articolo di
Sergio Romano nella rubrica "Elzeviro" del
Corriere della Sera del 3 ottobre 2012

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(...) Sono frammenti della storia d’Italia attraverso i quali si riconoscono i tratti della cronaca contemporanea: «i partiti di fatto si riducono ad apparati; le istituzioni si riempiono di amministratori amici; la burocrazia è in complesso di parentele; i concorsi sono un gioco di raccomandazioni; tutto si ottiene soltanto per conoscenze personali e per vie traverse piuttosto che per la schietta ed equa applicazione della legge; anzi, la legge stessa vien fatta o emendata su misura cominciando da quella elettorale per finire a quelle senza numero con cui si assegnano redditizie facoltà».
Questo scriveva Bauer il 4 luglio del 1953 e di questo leggiamo ancora dopo sessant’anni. Non c’è da stupirsi se, amaramente, solo pochi mesi dopo annotasse: «Poi ci si meraviglia che, nel segreto delle urne, il popolo depositi il documento della sua protesta; che il popolo scalzo e affamato si orienti verso il più ingenuo estremismo, dopo aver sogguardato con occhio severo il lusso sfacciato di tutti i commentatori, faccendieri che nelle casse dello Stato attingono a piene mani a proprio esclusivo beneficio, sbandierando magari le glorie dell’iniziativa privata, cioè dell’iniziativa di privatizzare la ricchezza nazionale».
A scrivere è un sincero “riformista” che rifugge da ogni estremismo, ma che non coltiva alcuna indulgenza nei confronti dell’agire politico che, appunto, prende «a pesci in faccia», come spesso, troppo spesso, si merita.
Una lettura preziosa per chi pensa che la protesta nasca con i comizi di Beppe Grillo.
Filippo Azimonti . Giornalista.
Vicecaporedattore de La Repubblica.
Stralci dall'articolo di
Filippo Azimonti dal blog "Ipse Dixit" di
Repubblica.it

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La presentazione si è tenuta a Milano
alla
Fondazione Corriere della Sera



Sono intervenuti:
Arturo Colombo, Enrico Decleva, Sergio Romano

e Piergaetano Marchetti




Illustrazione di Gastone Mencherini tratta dalla copertina del libro

La sensazione che scuote il lettore è quella di un terribile deja vu. Oppure quella di risvegliarsi una mattina e ritrovarsi catapultato nell’Italia di sessant’anni fa, con il ricorso alla “legge truffa”, con la corruzione e i voti di scambio, con la tragedia del Polesine, con le sale d’aspetto ministeriali, con “prebende intrallazzi camarille prepotenze e scandali” che sembrano anticipare l’odierna Italia delle caste. Ma leggendo le pagine di questa nuova antologia baueriana, non è solo l’Italia di oggi a confondersi in maniera incredibile (e vergognosa) con quella di ieri; perfino lo scenario internazionale sembra lo stesso, con i fermenti dell’Africa del Nord, dove si risveglia il desiderio di libertà e democrazia.
Certo, quello che fa davvero male (e fa reagire il nostro Autore) è la nostra Italia, con quel “panorama di collusioni malversazioni corruzioni complicità pasticci torbidi oscuri e redditizi”; con una classe dirigente “chiusa egoista e cieca”, dove i partiti non sanno rinunziare al compromesso, adattandosi a “barattare la propria intransigenza per l’elemosina di un certo numero di posti in Parlamento”. Conoscevamo Bauer per la sua schiena dritta, lo sguardo fiero, un rigore morale che non è mai arretrato davanti a nulla. Ebbene, quel suo “non mollare” durante il fascismo acquista l’identico vigore e rigore di fronte ad una classe dirigente egoista e cieca; ad un Paese che avrebbe tante potenzialità ma si trova allo sfascio, in balìa di “imbroglioni, truffaldini, baciapile”, che fanno il bello e il cattivo tempo, alla faccia della democrazia e della legge, dove “il vero il bello il giusto si identificano solo con l’utile del partito”.
Ma con una differenza sostanziale rispetto a certi Soloni e moralizzatori odierni. Perché anche davanti alla delusione, allo sconforto di un paese dove “le verità sono consacrate e le autorità hanno sempre ragione”, in Bauer non c’è mai un richiamo all’indifferentismo o, peggio, all’antipolitica. I suoi j’accuse sono violenti e rigorosi, pungenti e senza sconti a nessuno, ma non si limitano a criticare e condannare gli equivoci dello status quo. Così gli ideali di educare alla democrazia emergono con forza, ribadendo il richiamo ad essere cittadini responsabili, coscienti dei propri diritti: perché la democrazia non è un dono di natura, ma “una conquista da difendere giorno per giorno”
.



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