Cooperativa Raccolto
 
contatti
home

 


Una casa per gli emigranti

Il volume che finalmente ricostruisce la storia di una delle più singolari ed efficaci iniziative italiane volte all'assisteza concreta all'immigrazione


vai alla scheda del libro


L’invasione degli immigrati in una vignetta razzista da “Fudge” del 6 giugno 1903. “Tutti i giorni, direttamente dai bassifondi dell’Europa: mafia, anarchia, socialismo”.

Un anno e mezzo di ricerca, tra faldoni d’archivio, epistolari, statistiche e pubblicazioni varie, con un unico obiettivo: celebrare per la prima volta, carte alla mano, la benemerita azione dell’Umanitaria nel campo dell’assistenza, grazie alla creazione di quella che pochi sanno essere stata la “Casa degli Emigranti”.
Da questa difficile ricerca è scaturito un nuovo libro, il secondo della collana dei “Centenari”, volumi che vanno ad approfondire particolari iniziative della storia dell’Umanitaria; finalmente, infatti, il materiale presente nel nostro Archivio Storico è stato analizzato e montato ad hoc, creando una narrazione agile e documentata che ripercorre l’azione sistematica dell’Umanitaria in materia di emigrazione, utilizzando il centenario della creazione della Casa degli Emigranti per raccontare – di riflesso – l’odissea di centinaia di migliaia di lavoratori italiani, per tanti anni costretti a portare la loro professionalità all’estero (come nel caso degli stagionali). Tanto da far dire: “siamo nati in Italia, ma non siamo italiani, perché ci hanno obbligato a cercar pane altrove”, rincarando la dose: “Per noi l’Italia è chi ci dà da mangiare”.
Oltre alla storia in sé (davvero grandiosa, come potrete constatare leggendo la cronistoria) quello che ci premeva sottolineare è che ancora una volta, dalle vicende di questo ente, è emerso un metodo di lavoro inattaccabile, fatto di analisi, indagini, inchieste, convegni, progettazioni e interventi mirati, contando per la maggior parte sulle proprie risorse finanziarie, ma senza disperderle in mille rigagnoli di iniziative senza senso (“l’esercizio del primo anno ci costò molto di più del preventivo, fatto per altro con ogni oculatezza, ma si tratta di una istituzione sui generis e della quale difficile riusciva il preventivare le esigenze tutte”, si trovava a constatare il capo Ufficio dell’Emigrazione, Angiolo Cabrini, scrivendo a Giuseppe Marcora, Presidente alla Camera dei Deputati).
Così riportava il quotidiano “Avanti” del 23 dicembre 1907: “Domani, domenica 22 dicembre, alle ore 14, la Società Umanitaria inaugurerà la sua bella ed elegante Casa degli Emigranti, sita alle spalle della Stazione Centrale ferroviaria, ed alla quale gli emigranti – di transito per Milano – possono accedere per apposito passaggio, senza dover uscire dal Piazzale P. Umberto. Il Comune di Milano ha concorso all’iniziativa dell’Umanitaria: così che, dopo pochi mesi di lavoro, la Casa degli Emigranti è un fatto compiuto. Svelta ed elegante, essa è composta di un corpo centrale ad un piano rialzato di circa 350 metri di superficie, in cui trovano posto oltre la spaziosa sala d’aspetto, l’ufficio del dirigente, l’abitazione del custode e due ampi dormitori per quelli emigranti che non potessero usufruire degli alberghi e dei ricoveri cittadini popolari”.
Al fabbricato principale venne aggiunto un corpo accessorio di m. 80 circa di superficie in cui si trovavano raggruppati i vari servizi per gli uomini e per le donne. Oltre alle latrine vi trovavano posto i lavatoi ampi e luminosi. Tutti i locali erano provvisti di servizi di riscaldamento e di illuminazione elettrica. Un cortile interno nella stagione estiva avrebbe permesso di usufruire pure di un ampio spazio all’aperto. Ma non era un luogo dove si poteva accedere liberamente: “Salvo casi eccezionali, alle ore 24 il salone sarà fatto sgomberare e le porte d’accesso chiuse. I dormitori non saranno aperti che dalle 20 in poi e la sveglia sarà fatta non più tardi delle 7, in modo da restare completamente sgomberi per le ore 8.30, ora i cui il personale inizierà la pulizia dei letti e dei locali. Nelle altre ore del giorno i dormitori resteranno chiusi e nessuno si potrà soffermare”.
Insomma, anche nel difficile campo dell’emigrazione (un campo d’indagine e di intervento che non venne abbandonato con la chiusura della Casa, ma che fu seguito da vicino anche nel secondo dopoguerra, innanzitutto con la pubblicazione del “Bollettino quindicinale dell’emigrazione”), quella dell’Umanitaria fu un’azione di vero riformismo sociale (e di educazione) e da Milano prima, da Bergamo, Piacenza, Marsiglia, Ventimiglia e Tirano poi, allargandosi a macchia d’olio, sarebbe stata capace di far vedere la differenza rispetto a “tutte le istituzioni sociali chiamate Opere Pie: e basti questo nome per capire di cosa effettivamente si trattasse” (come ebbe a far notare venticinque anni fa Riccardo Bauer).
Vent’anni circa funzionò la Casa degli Emigranti, 365 giorni all’anno, da mattina a notte inoltrata: e questo libro li racconta tutti, grazie ai resoconti mensili, trimestrali e annuali che un gruppo sparuto di solerti funzionari inviava periodicamente al Segretario Generale dell’Umanitaria (praticamente la stessa persona, quell’uomo di ferro che fu Augusto Osimo), indicando i successi dell’iniziativa, ma anche i problemi e le lamentele, quando la mole di lavoro cominciava a mettere in serio pericolo la stessa immagine dell’Umanitaria.

Tavola di Riccardo Salvadori che correda l’articolo che “L’Illustrazione italiana”
del 1 marzo 1908 dedica alla Casa degli Emigranti dell’Umanitaria.

Il lavoro, in effetti, era incommensurabile. Bisogna solo rendersi conto che nel giro di soli cinque anni per questa edificio passarono quasi mezzo milione di emigranti: dicasi, 500.00 persone. Mezzo milione di individui affaticati dal lungo viaggio che appena scesi in stazione (dopo averli salvati dalla speculazione disumana messa in atto da commercianti e albergatori), venivano condotti alla Casa e sottoposti ad un interrogatorio senza sosta. Uno dei resoconti più dettagliati del lavoro svolto è quello del 1912. “Il servizio si svolge dapprima in mezzo al trambusto stesso dell’entrata nel salone, in un rapido incrociarsi di domande e di risposte, tra emigrante e personale, ed è di natura unica semplicissima: sapere l’ora della partenza. Naturalmente il servizio si complica subito e aiutano il Regolamento e l’orario ferroviario. Ottenuta una calma ragionevole, soddisfatti i bisogni della pulizia e dello stomaco, si richiedono le informazioni più utili: dai più minuti particolari dell’orario – transiti, coincidenze, arrivi, pagamenti di soprattasse, ecc – a quelle sul mercato di lavoro all’estero – tariffe, scioperi, agitazioni –, da quelle sull’organizzazione italiana ed estera alle leggi sociali nostre e d’altri paesi, da quelle su un infortunio occorso a quelle per l’acquisto di indumenti o di altri oggetti. Lavoro, come si vede, vario, molteplice, paziente ma che non stanca, che diletta perché l’ascoltatore è rispettoso ed è, soprattutto, fidente nella onestà, nella verità, nel disinteresse nostro”.
Fu un servizio alla città, alla nazione che si meritò anche tre pagine sul numero de “L’Illustrazione italiana” del 1908, dove il passaggio da una situazione davvero disdicevole per una città dal sapore europeo come Milano ad una situazione di ”risanamento” con accorgimenti e strumenti per agevolare l’afflusso delle masse degli emigranti è immediata. Tanto è vero che l’attività della Casa non venne sospesa nemmeno durante la Grande Guerra, quando l’assistenza si moltiplicò a dismisura, trasformandosi in soccorso ai profughi di guerra e coinvolgendo tutte le strutture dell’Umanitaria: fu intensificata l’assistenza ai rimpatriati e alle famiglie di quanti ancora residenti all’estero; per venire incontro agli allievi più bisognosi e accogliere i nuovi iscritti si mantennero aperte le Scuole professionali anche durante i periodi di vacanza; si crearono nuove Scuole per disoccupati, al fine di assicurare ai giovani qualche serio “mezzo di occupazione istruttiva” ed, infine, ci si attivò per aiutare gli orfani di guerra, per proteggere i figli dispersi, per soccorrere gli internati... (si pubblicò persino “L’Umanitaria per i profughi”, un supplemento al già cospicuo lavoro per “La corrispondenza settimanale dell’Ufficio dell’emigrazione”).
Il servizio durò a lungo e, seppur molto ridimensionato (proprio quando poteva respirare un po’, tutto il personale della Casa venne licenziato dal Commissario Governativo, insediatosi nell’ente dopo l’avvento del fascismo), sarebbe continuato a singhiozzo anche durante i primi anni Venti. Proprio in questi ultimi anni di vita, la storia della Casa diventa meno semplice e ci ha costretto ad una serie di congetture che forse rimarranno tali, se gli storici di professione non decideranno di partire da questo volume per tirare le debite conclusioni su questa ingente mole di attività nel settore dell’emigrazione. Una cosa è certa: con la demolizione della vecchia Stazione Centrale anche la Casa degli Emigranti scomparve, senza mai porre in essere la convenzione iniziale del 1907 con cui il Comune di Milano pensava di affidare all’Umanitaria la gestione di un nuovo “Asilo o Padiglione” per gli emigranti anche nella nuova Stazione Centrale (ce n’è traccia anche nelle carte – inedite – ritrovate presso le Ferrovie dello Stato).
Così, a conclusione di questa pagina incredibile della storia dell’Umanitaria, non resta che soffermarsi di fronte alla sua traccia più evidente, proprio nella nostra sede, nel chiostro delle statue, con l’opera in bronzo di Domenico Ghidoni, “L’emigrante”, raffigurante un drammatico gruppo di madre e figlia, uniti nella disperazione di un viaggio della speranza. Un’immagine simbolica che sembra fotografare una piaga delle nostre città, da anni assediate da una forma di immigrazione incontrollata, per la quale occorrono regole precise e doveri inappellabili, nel segno, sì, dell’accoglienza e dell’integrazione, ma anche, e soprattutto, del rispetto degli altri e della legalità.

Claudio A. Colombo
(dall'inserto de "il foglio dell'Umanitaria" Anno XIII - n. 4 - ottobre 2007)

Cooperativa Raccolto